• Lettera a Laura per farla tornare

    Laura

    Laura è vissuta per quarant'anni nella convinzione che la morte non la riguardasse.

    La vita sembra piena di promesse quando sei molto piccola, lei non ha mai voluto comprendere che nello svolgimento della trama di un film è da considerare importante anche il finale.
    Da quand'era una bambina si è sforzata di mostrarsi obbediente, ha cercato di comportarsi bene.

    Diligente e sorridente all'asilo infantile. Corretta e studiosa a scuola.

    Ha desiderato da sempre indossare l'abito da sposa, disegnava sul quaderno grandi tavoli apparecchiati per la festa di matrimonio e ghirlande di fiori chiari.

    Era felice immaginando il proprio passo solenne accanto al padre mentre attraversava la chiesa per arrivare all'altare.
    La seconda tappa dell'esistenza sarebbe stata mettere al mondo due o tre figli.

    Era tranquilla: sapeva che si trattava di desideri semplici e alla portata di tutti, il suo carattere prudente e taciturno la spingeva a non mettere in cantiere sogni troppo impegnativi, aspirava soltanto a un focolare domestico.

    I suoi genitori erano innamorati e sereni, amava le sue due sorelle, così la sua esistenza assomigliava a un fiume di media portata che nasce da ghiacciai inaccessibili e si muove senza fretta fra gli argini.

    Ma considerare il fatto che l'acqua a un certo punto desideri ricongiungersi al mare, questo Laura non voleva metterlo in conto. Accadde che suo padre morì di cancro fulminante all'età di cinquant'anni.

    aggrapparsi

    La perdita entrò con un ghigno nella casa protetta dei giochi e delle lunghe giornate serene trascorse fra tv e sorrisi di persone care.

    Laura sentì vacillare il pavimento della sua immaginazione, ma con un gioco da prestigiatore rimise presto le cose al loro posto.

    Il fidanzato, alto come una quercia, occupò il luogo nella sua mente dove prima risiedeva il papà, e il fiume riprese dopo qualche singhiozzo a scorrere nobile fra gli argini, il mare scacciato fuori vista di nuovo, cancellato da un bosco di pruni cresciuto sotto le montagne sempreverdi.

    Però, quando tre anni dopo indossò l'abito da sposa per camminare lentamente verso l'altare, mancava il re sulla scacchiera dei sogni al suo fianco, al cui braccio posare il braccio; c'era un foro di proiettile nella carta del suo miraggio.

    La vita cominciava a parlarle all'orecchio, sommessamente, ma Laura non voleva assolutamente ascoltare, stringeva le labbra e cercava di non considerare che esiste per tutti la parte nera della luna, il pupazzo di legno che ti afferra le spalle per portarti via una fetta del mondo che pensavi sarebbe stato per sempre di tua proprietà.

    I medici le annunciarono presto che non poteva restare incinta. Una voragine si apriva nella strada dove stava passando con il suo compagno, ma Laura non si rassegnò a perdere una tessera fondamentale del suo progetto.
    Inseminazione artificiale; così decise, e tanta fu la sua ostinazione che rimase feconda contro ogni statistica al primo tentativo.

    Il destino

    Laura, che aveva sempre avuto paura degli ospedali, dovette rimanere per ore sdraiata sul lettino ad aspettare che la vita dei bambini entrasse in lei, e nel silenzio respingeva ogni pensiero che non fosse rosa, o bianco, esperta nel rimanere aggrappata alle mura candide della casa che si era immaginata sin dall'infanzia, dove tutto restava al suo posto per sempre, dove lei e il marito sorseggiavano il caffè mentre i bambini giocavano nel tinello, la madre e le sorelle non sarebbero mai mancate all'appello, e tutto restava incorniciato in un eterno pomeriggio di mezza estate.

    Di tre gemelli attecchiti nel suo ventre ne rimase vivo uno solo, Laura fu accompagnata in braccio al funerale di una bambina che visse un giorno, che chiamò Sonia.

    Eccola di nuovo la brutta donna con la risata cattiva che veniva a prenderle un pezzo della sua vita da signora sposata, dignitosa, buona, che andava a prendersi cura dei malati, sosteneva i bisogni della sua famiglia, aiutava sua madre.

    Giorgio era minuscolo come un uccellino fragile, pochi centimetri fra le sue due mani; lei fece fatica a comprendere come mai suoi figlio non fosse un bebè grassottello ma un passerotto con gli occhi semichiusi da salvare e proteggere.

    sogno
    realtà

    Si rimboccò le maniche e insieme al marito tirò su quella gioia che finalmente andava a riempire la camera dell'appartamento arredata da anni in vista del suo arrivo.

    La sua famiglia era completa.

    Gli anni andavano, la pellicola del film girava lentamente e il fiume scorreva dopo qualche intoppo con un ritmo che a lei piaceva, Laura non guardava mai i ramoscelli portati via dalla corrente e non si specchiava nelle sue acque di notte, quando il fiume diventava misterioso e le acque scure e impenetrabili.

    Quando Giorgio compì cinque anni, Laura scoprì di avere un nodulo al seno sinistro.

    La donna di quarant'anni che aveva avuto paura persino dei cerotti, divenne di pietra per affrontare l'intervento chirurgico.

    Qualcosa urlava dentro di lei. Di fronte a questo evento non riusciva a tapparsi le orecchie, a chiudere i sensi; nell'appartamento grazioso dove viveva con il marito e con il figlio una tubatura era scoppiata; le sembrava che il liquame scuro sporcasse le piastrelle candide del corridoio, e che nulla sarebbe stato come prima.

    chiusure

    Era convinta che suo figlio, ormai, possedesse una madre che si era rotta come un vaso, merce avariata.

    A che scopo adesso alzarsi la mattina, quando sapeva che presto o tardi sarebbe morta, che la vita le aveva promesso false speranze d'eternità, che era a rischio il caffè caldo la mattina e i biscotti che piacevano a Giorgio, il bacio a suo marito prima che chiudesse la porta portando la cartella di cuoio?

    Suo marito in quel periodo perse il lavoro.
    Adesso l' appartamento per Laura era una barcaccia di legno e il fiume un'autostrada severa che stava portando lei e quelli che amava verso un oceano spaventoso, dove l'indistinto rapisce le pietre preziose che la vita ti fa assaporare per un po' di tempo solo per procurarti dolore quando le devi lasciare.

    Sua sorella provò a spiegarle che sarebbe stato meglio per lei guardare la parte luminosa dell'esistenza; che alla fine, con la sua grinta, era riuscita a mettere al mondo un bambino; che sua madre, lei e l'altra sorella le erano affezionate.
    Che suo marito aveva amato soltanto lei al mondo, e le era sempre vicino.

    Che il tumore al seno era stato sconfitto ed aveva avuto la fortuna di scoprirlo quando era una pietruzza di pochi millimetri.

    Niente da fare. Laura non vedeva che l'oceano che la minacciava, percepiva il rumore delle onde che si spezzavano sulle rocce e delle assi marce di naufragi che si erano verificati al di fuori del suo controllo, da secoli.

    mostri

    La sorella le suggerì di guardare la donna maligna dritto negli occhi, di riconoscere la sua presenza e rimetterla al posto che ha di diritto nel piano dell'esistenza; le raccomandò di respirare a fondo per la prima volta dal primo mattino in cui era nata, di stare nella radiosità del giorno, lasciandosi andare nel flusso dei pesci di fiume, dei sassi rotondi e dell'acqua.

    Laura ce l'avrebbe fatta?
    Ora vive sospesa, non puoi trovarla da nessuna parte, la vista del marito e del figlio le procurano solo dolore e la giornata che inizia non le racconta nessuna storia.

    Il rumore dell'oceano invisibile che sbatte dietro le finestre dell'appartamento familiare non le permette di essere contenta di nulla che la riguardi.

    Con uno sforzo sovrumano si veste ogni giorno, si pettina e si trucca il viso, accenna un sorriso forzato, va a fare la spesa; ma per chi sa guardare con più attenzione lei non è più veramente viva; rimane sospesa in un posto lontano da noi ad ascoltare i cattivi consigli della sua mente.

  • "L'ironia delle bolle di sapone" di Nicola Tassoni. Raccontare le storie

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    Se un membro della famiglia è stato 'escluso' o 'dimenticato', a causa di un tragico destino, può succedere che un altro membro, di generazioni successive, si identifichi inconsciamente con l'escluso, imitandone la sorte e seguendolo nel suo destino.

    Bert Hellinger

    Anno 1978. Un ragazzo di diciassette anni segue controvoglia la famiglia in un paese remoto dell'appennino emiliano per tre lunghi mesi estivi. E' l'idea centrale che ispira questo bel romanzo di Nicola Tassoni, edito da Eumeswil, 2013.

    Romanzo di formazione, storia del passaggio iniziatico da un'adolescenza pigra e e svogliata all'età adulta.

    La vicenda di una metamorfosi di sguardo, che dal ripiegarsi su se stesso e sul proprio microcosmo in modo circolare si apre - non senza traumi- al mondo di fuori.

    Il protagonista della storia coincide con l'io narrante; è un individuo scontroso, tendenzialmente taciturno, legato estremamente al suo territorio e per questo, a volte, baricentro affettivo di altri personaggi al contrario di lui dotati nel loro DNA della possibilità di viaggiare, di andare e tornare - o non rientrare - dall'estero.

    Questo legame geografico-interiore ai luoghi in cui è nato non cade comunque mai nell'atmosfera stucchevole di un'emilianità di maniera. La cucina della nonna è elemento fondamentale, quasi strutturale della vita di famiglia, il cui codice dell'affetto passa spesso dalla condivisione della tavola.

    Una festa dell'Unità è citata rapidamente, come di sfuggita. L'accoglienza tutta emiliana, ruvida, priva di smancerie dei paesani, è descritta in poche parole:

    Il barista ci mise poco a presentarmi, non disse nemmeno il mio nome, per lui ero il terzino e questo doveva bastare anche agli altri (p.60).

    In questa estate stupefacente, colazioni, pranzi, descrizioni che riguardano il cibo sono citati frequentemente soprattutto nella prima parte del romanzo, a scandire sacralmente la quotidianità dei riti del desco familiare, a rendere l'idea di un tempo diverso da quello della scuola, del tempo della vacanza.

    Al ragazzo toccheranno non poche sorprese nello svolgersi della villeggiatura organizzata dai suoi.

    Fare esperienza di eventi decisi da altri resterà una costante nella sua esistenza, come se a muovere in modo decisivo le pedine del caso fossero sempre mani simbolicamente più grandi delle sue, e negli snodi del destino una sorta di entità astratta, o l'azione di altri gli permetta di vivere gli eventi drammatici e felici che gli spettano.

    Nel libro, preferisco i passi in cui l'autore 'dimentica' di chiosare con ragionamenti e diagnosi non sprovviste di saggezza quello che vi è narrato; quando la sua mente si mette un pò da parte fa decollare una vena narrativa potente, che sa disegnare personaggi ben riusciti anche nello spazio breve di uno o due paragrafetti di un capitolo; che non sono mai superficiali ritratti macchiettistici.

    La descrizione di Doppietta:

    Dietro il bancone del bar, sembrava anche più grosso. La tazzina da caffè nelle sue mani sembrava il servizio da tè della casa delle bambole di mia cugina. Una cosa minuscola, che ti veniva da guardarci dentro per vedere se il caffè c'era davvero o se era tutta una finzione (p.56).

    O del nonno di Sonia:
    Parlava poco e quando lo faceva diceva quattro parole in dialetto e una in italiano, e spesso lasciava la frase in sospeso così ogni persona che lo ascoltava, poteva finire il ragionamento a suo piacimento (p.82).

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    Folgorante il racconto delle increspature della vita di qualcuno (il benzinaio, il professore, la mamma di Sole) che, nella sua solitudine rassegnata, a volte incappa in qualcosa di rigenerante, anche se, poi, quella fortuna spesso vira in disastro.

    La verità è che le storie, nella loro natura profonda, non sono sempre belle e buone; le radici delle narrazioni fiabesche popolari, le più antiche, non mancano di crudeltà; questa la considero una nota avvincente di questo libro.

    Pensiamo a due personaggi fondamentali dell'intreccio, Sole e Nero: chi racconta guarda tutte e due le facce della luna, e con la scrittura tenta di dare un ordine alla prorompenza della vita che può afferrare chiunque di noi per i capelli, all'improvviso, sbucando con un camion da dietro una stradina, o facendoti sbattere contro un palo mentre per la prima volta tuo padre è venuto a vedere se sei davvero capace di segnare un gol in una stellare partita di un paese che ogni anno mette agli atti ufficiali del municipio i soprannomi dei partecipanti alla competizione.

    Noto con piacere che lo scrittore non usa la sintassi in modo 'giovanilistico' e volutamente sgrammaticato come molti scrittori à la page della sua generazione, ma segue un suo stile personale che rimane nella medietà, che flette verso il parlato senza assumerne quasi mai tratti gergali o dialettali.

    Sono la ricca aggettivazione e la presenza di metafore non ovvie, che spesso sono articolate come piccole storie, a connotare stilisticamente la prosa:

    Quel sole dritto e caldo che splendeva inoperoso; Ero libero sull'autobus che mi portava verso casa e tagliava la periferia libera e sudata, come fosse un velluto (p. 19);

    A centrocampo c'erano due fratelli con otto polmoni, piedi ruvidi, grinta da vendere e corsa da maratoneta (p.67).

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    Si registra la quasi assenza di dialoghi. L'autore preferisce raccontare quasi sempre tramite lunghi periodi con molte apposizioni di frasi separate dalla virgola:

    L'ho amato, odiato, mandato giù in fretta come un liquore cattivo, l'ho tenuto nascosto sotto il cuscino come fosse un segreto, me lo sono goduto, come ci si può godere una birra fresca in un pomeriggio afoso, oppure il calore di un fuoco in una sera d’inverno (p.16).

    Notevoli le descrizioni di paesaggi urbani e non, a volte in felice sintesi di immagini accostate:

    Con un mio orgoglio di cittadino di pianura, di strade e cemento, smog e casino, spazi stretti e confini(p.30).

    Oppure: L'aria fresca scendeva dalla montagna e portava pensieri buoni, pensieri di festa rimasti impigliati nei rami della grande quercia (p.130).

    Particolarmente efficaci le descrizioni del luogo, con animali umanizzati, che si mettono gioiosamente in stretto contatto con il protagonista:

    Tornai in mansarda a far colazione, sotto lo sguardo attento dello scoiattolo che sembrava sorridere (p.34).

    Quando tornai alla realtà, il cane c'era davvero, stava lì davanti alla casa e guardava verso di noi, come se si fosse accorto che lo stavo immaginando (p.79).

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    L'importanza reiterata data al rapporto affettuoso e insostituibile che si può creare fra l'uomo e il cane.

    Non solo gli animali, ma anche elementi del paesaggio, oggetti, il paese stesso sembrano essere provvisti di coscienza:

    Nel suo correre verso il mare abbastanza lontano, si divertiva a giocare con l'ambiente che lo circondava, ogni tanto per rompere la monotonia tipica delle linee diritte, sterzava seguendo la conformazione del terreno e formava anse e buche per farci il bagno e pescare (p. 39).

    Il piccolo paese sembra essere un'entità dotata della capacità di risollevarsi:

    Passò il tempo delle sfide e dei tornei, la guerra e la miseria cancellarono anche le feste, ma le storie si tramandano e si raccontano e così quando venne il tempo di ricostruire, quando il piccolo paese cominciò a rialzarsi, quando oltre alla forza di volontà, si sentiva il bisogno di un aiuto spirituale che infondesse speranza e futuro, nel centro della piazza venne costruita una nuova chiesa e un nuovo comune (p.52).

    Dolcezza e saggezza traspaiono da tutte le figure femminili, spesso anzi vittime di un maschile incerto o violento.

    Questo romanzo lascia alla fine, nel lettore, la persistente sensazione che l'origine di ogni errore possa essere più di ogni altra cosa adattarsi al silenzio, la rassegnazione alla solitudine. Persistendo nella passiva accettazione della sua disperazione il benzinaio, forse, dà vita a una catena di eventi sfortunati, che sembra ricadere su personaggi innocenti della generazione successiva della sua famiglia.

    Potrebbe allora valere anche il contrario: se i nuovi rami di una famiglia sbocciano, il beneficio può ricadere su quelli più sfortunati, come una benedizione; e forse, su tutto un paese.

  • Mia madre

    specchi

    Mia madre è un soldino di cacio, una donna anziana pelle e ossa, gambe stecco di un pulcino settantacinquenne, muso di capretta. Ha i capelli corti secchi e ricci che le fa la parrucchiera che viene a casa, tutte le vogliamo bene anche se è di poche parole, niente smancerie. Mia madre non decide mai quale sarà il dentista dove andare per mettersi alcuni denti mancanti e ride coprendosi la bocca.

    Mia madre cerca i film che hanno i sottotitoli alla tv perché non ci sente bene e non le hanno applicato l'apparecchio adatto, quando si lamenta con il fornitore lui le dice solo di cambiare le pile.

    Mia madre invecchia ogni giorno e ogni minuto a mille chilometri di distanza e io non guardo le sue cellule modificarsi ogni giorno, non posso prepararle da mangiare perché è troppo magra e si dimentica di cucinare per sé. Le racconto di ricette di cibi appetitosi inventate apposta al telefono per farle venire fame.
    Mia madre ha fatto andare migliaia di lavatrici per lavare migliaia di volte le nostre lenzuola, i nostri pigiami, i calzini e le magliette. Mia madre ha cucinato migliaia di volte per noi nelle pentole d'acciaio consumate.

    Si piega nello sgabuzzino per prendere una bottiglia dell'acqua, o il sacchetto giallo delle patate, anche se non potrebbe farlo perché ha una protesi al femore. Mia madre è sempre in ordine, pulita e profumata.
    Mia madre tutte le mattine prende il caffè con le sue vicine, si sono sposate tutte negli anni sessanta, stanno invecchiando insieme, hanno ancora dello spirito.

    Mi racconta di quando sua madre la mandava per dei mesi a trovare le zie in campagna e piange ancora per il senso di abbandono che provava, le zie non avevano da mangiare a sufficienza, però pensava che almeno respirava aria buona, trova un motivo di consolazione. Mia madre ha sempre trovato il lato bello delle cose che le succedono, mi dice che si ricomincia ogni giorno. Mia madre forza la propria volontà, due anni fa ha smesso di prendere le pillole per dormire liberandosi dall'assuefazione, vincendo l'insonnia. Mia madre quando lei nasceva, suo padre moriva.

    Quand'era giovanissima la mandarono a fare la maestra in un posto dove un uomo la minacciava ogni giorno, ma lei non disse nulla alla sua famiglia, si seppe difendere, e quell'esperienza la trasformò in donna. Mia madre è stata sempre indipendente, ma ha trovato sempre qualcuno che limitava la sua libertà, si è rassegnata a questo destino.

    Mia madre voleva avere dei figli a tutti i costi. Mio padre era un marito buono e fedele, troppo timido per tradirla e innamorato di lei fino al suo ultimo giorno. Mia madre non ha avuto altri uomini, né ha mai pensato di risposarsi 'vostro padre era un uomo nobile, non ce ne sono altri così'.
    Mia madre ha rischiato la vita ad ogni parto. Mia madre è stata sempre una donna bellissima e vanitosa, e ancora adesso con rughe e senza tutti i denti e troppo magra se esce di casa qualcuno ogni volta le dice ammirato che è proprio una bella donna.

    Mia madre da qualche tempo si addormenta sulla sua poltrona preferita e comincia a dimenticare alcune cose che doveva fare. Mia madre ha dentro di sé ancora il mare, i prati e la ragazza che è stata con il ciuffo sugli occhi, che scalava ammassi di carbone con suo cugino più giovane, e andava sulla bicicletta in discesa senza freni.
    Mia madre crede a qualcosa di soprannaturale ed è piena di luce.

    Mia madre è una creatura delicata, straordinaria, piena d'amore e di bellezza interiore, empatica, assorbe il piacere e il dolore di chi le sta intorno.
    È la spada di damocle appesa sulla nostra esistenza, il suo invecchiamento ci mette a dura prova, siamo vittime della paura che ci abbandoni in un mondo inimmaginabile senza di lei.
    Mia madre è un soldino di cacio, una ragazza splendida, con il mare che spande dentro di lei.

  • Non penso che Jonathan Franzen sia un modello di scrittore e non lo stimo umanamente

    Franzen

    Ho letto Libertà di J.Franzen.
    Non penso che Franzen sia un modello di scrittore e non lo stimo umanamente.

    Trovo odiosi i personaggi di questo romanzo, provo irritazione e una totale mancanza di empatia verso di loro.

    Non posso evitare di pensare che Franzen rifletta totalmente sè nel libro, esista in tutti i personaggi macerandoli e componendoli nel suo potere di cancellare la 'verità' di un qualsiasi comportamento legato a un VERO stato d'animo e una forte presa di posizione a favore di un'attenzione conformista e bieca al giudizio degli altri, persino dei più intimi familiari oltre a quelli del contesto sociale di frequentazione allargato.

    Si è succubi persino degli 'altri' interni, alle proprie parti interiori, se si riesce a fingere addirittura una falsa identità perdendo ogni personale obiettivo di autorealizzazione per compiacere un partner, e alla fine lo si fa comunque: si esiste così, meno della metà, per una specie di stato d'inerzia perdendo la propria strada.

    Se penso ai grandi tentativi che proprio partendo dall'America si provarono a fare nel '68 per ipotizzare un diverso modo di guardare se stessi, le relazioni, il mondo; e quanto invece il livello medio occidentale sia regredito oggi socialmente e spiritualmente.

    L'età di Jonathan Franzen (mi viene in mente anche Wallace) è proprio quella di chi si è formato in un deciso riflusso, politico e culturale. Pensiero debole. Debolissimo.

    Nel saggio Perchè scrivere romanzi- in particolare -scritto da F. nel 1996
    (non so da cosa sia ORA torturato lui, è passato un bel po' di tempo) è tormentato da cosa deve o non deve o può piacere al pubblico nello stesso modo tortuoso e depresso, diciamolo, con cui ragionano i suoi personaggi nel romanzo, privi di etica, fra l'altro (se non quella abbastanza "appiccicata", mi sembra, ambientalista di Walter, ad esempio; e anche Richard mi pare abbastanza raffazzonato mentre parla di politica con gli amici musicisti).

    Franzen racconta in questo saggio autobiografico che deve ricorrere alla fine a un maggiore, a un antenato scrittore (Don DeLillo) per decidersi a scrivere un romanzo indipendentemente dal fatto di avere 'prima' la sicurezza che sia un prodotto vincente (!)

    Chissà come mai F. riscuote tanto successo.

  • Ritorno a Borgo Stura. Alcune annotazioni su 'La faglia' di Massimo Miro.

    Recensione pubblicata sulla rivista di cultura militante
    La Balena Bianca

    Provammo dei sentimenti, ignorando il pericolo

    la-faglia

    Goffredo Mezzasalma – detto Gomez – parte da Milano per ritornare a Torino, nel quartiere dove ha vissuto la sua giovinezza. Il suo fraterno amico Jumbo si è risvegliato da un coma durato trent'anni.
    Si tratta di un ottimo pretesto narrativo per ricostruire tramite la memoria di Goffredo un mondo tramontato, con la sua litania di oggetti a carico: il motorino Garelli Leopard, le simca e le centoventisette, i radioregistratori con la cassetta, il poster di Niki Lauda 'prima dell'incidente', gli odori, i rumori e gli ambienti di tre decenni prima.

    Protagonisti di questa prova d'esordio del torinese Massimo Miro sono Gomez, Jumbo, Sgummo, Novi, Ligure: un manipolo di sbandati, i 'Grandiosi' – per loro stessa definizione - ladruncoli pronti alla rissa, borgatari degli anni settanta di un quartiere operaio di Torino, Borgo Stura, una specie di bolla nello stato lontana dai controlli e dalle regole della città, scarsamente raggiungibile persino da un'ambulanza che Minchia, si è sdrumata nella faglia.

    ruggine
    (dal film Ruggine, di Daniele Gaglianone, 2011)

    La faglia è una profonda ferita nell'asfalto che divide il rione dalle altre zone di Torino; come se non bastasse l'emarginazione di fatto di questa comunità dal resto del mondo. La faglia simbolica che spacca in due il tessuto narrativo nel romanzo, invece, è la storia di 'un prima' e di 'un dopo' il tentativo da parte del gruppo di liberare Aldo Moro, che Jumbo ha individuato per una casualità in un appartamento di Corso Tassoni; prova iniziatica un pò cialtrona, un pò vanagloriosa voluta dai ragazzi per l'impazienza di entrare nella storia e 'diventare celebri' senza far fatica:

    Noi, Grandiosi di Borgo Stura, i derelitti, feccia della società, avanzi di riformatorio, avevamo salvato Aldo Moro. Il mondo ce n'era già grato, e noi ci saremmo presi tutto. Tutto. Non avremmo lasciato niente a nessuno. Volevamo la nostra parte, porca lercia. La nostra dannata parte.

    È dopo questo episodio, che vede i ragazzi giocarsi tutte le loro possibilità, che Goffredo svolta radicalmente: si lega a una moglie alto-borghese e a un esigente suocero, un grande manager, esponente della Milano-bene che è anche suo datore di lavoro.

    Il fatto che il suo presente sia raccontato come una continua alienazione da sé, dai suoi istinti profondi; una cinica esistenza in cui si è voluto salvare dalla galera o dalla morte violenta per la strada, ci sembra una svolta persino peggiore del destino dei suoi amici. Come se l'alternativa a una vita di piccoli abusi, crimini e botte possa essere solo un’altra vita in cui un diverso livello di sopruso venga perpetrato, per esempio verso i propri dipendenti; o nei confronti dei propri fornitori.


    (Trevico-Torino - Viaggio nel Fiat-Nam, di Ettore Scola, 1973)

    Goffredo è consapevole di pagare un prezzo alto per la sicurezza economica di cui gode ora:

    Non sono per niente sicuro di sentirmi bene. Certi giorni mi sento un pinguino sulle dune del deserto. Altre volte un leone in mezzo al mare.

    Vive in una solitudine affettiva completa; il rapporto con la figlia è ridotto alla ricezione di sms minimali dove lei richiede ricariche del cellulare; la moglie è colei che l'ha salvato dal 'dare pensiero' alla famiglia ma che dopo una visita a Borgo Stura lo disinfetta con salviette detergenti per togliergli di dosso l'unto gassoso della periferia. Goffredo si descrive così al volante dell'auto accanto a lei:

    Io guidavo servoassistito. Guidavo servofrenato. Guidavo ammortizzato. Non mi veniva mai niente da dire. Disinfettato, senza la felicità di un batterio.

    Non andava così nel quartiere d'origine, nel quale i rapporti familiari e soprattutto del gruppo di amici erano improntati a dedizione ed affetto assoluti; un territorio parallelo nel tempo e nello spazio; ormai perduto.

    Goffredo reitera nel ricordo la sua dichiarazione d'amore a un luogo che di per sé sembra avere pochi meriti; non pratica le associazioni consuete che legano le emozioni più intense a luoghi definiti idilliaci per convenzione universale.

    trevico torino
    (Trevico-Torino - Viaggio nel Fiat-Nam, di Ettore Scola, 1973)

    Una pila di gomme che bruciano, lontana dal rappresentare quello che è, un segno del degrado/inquinamento di Borgo Stura, risveglia in lui parti preziose della sua memoria:

    quando eravamo piccoli, quella colonna altissima di fumo nero ci serviva come punto di riferimento per ritrovare la via di casa durante le escursioni in bicicletta. Era il nostro faro .

    Oppure, il panorama che Gomez desiderava 'allora' godersi a fine giornata non sembrerebbe incantevole; al contrario, lo era per lui:

    Volevo godermi ancora un pò le luci di Borgo Stura. La collina in lontananza, la sagoma del gasometro di Vanchiglia.

    Splendide sono certe descrizioni socio-urbanistiche quasi futuristiche del quartiere, dove i palazzi e le strade acquistano vita e dinamismo, con l'inserto di metafore prese da campi semantici lontani dall'architettura e dall'urbanistica: Palazzoni svettanti come rampe di lancio di qualcosa che non decollava mai. Oppure: Le ombre di quei mostri di palazzo grigi strisciavano sugli asfalti e sui bassi fabbricati come eclissi quotidiane.

    Un romanzo della nostalgia, amaro, in cui la catarsi non è possibile; e non si alimenta la speranza.

    Massimo Miro, La faglia, Il Maestrale, 2012, p. 144, euro 16

  • "Dentro" di Sandro Bonvissuto. Leggete questo libro.

    dentro

    Da una parte quelli che avevano le chiavi, dall'altra quelli che non ce le avevano. Per il resto eravamo tutti nella stessa condizione. Non avevano, quelle chiavi, una forma molto diversa, in verità, da quella che solitamente abbiamo nelle porte interne delle case o nelle toppe dell'armadio in camera da letto, ma erano appunto grosse il doppio, il triplo, come se le avessero fatte pensando che a usarle sarebbe stata una mano molto più grande. Mi sentii rabbrividire all'idea di quella mano. (Dentro, S. Bonvissuto)

    Ho appena finito di leggere un libro straordinario: Dentro, di Sandro Bonvissuto.
    Non apprezzo però l'inversione dell'ordine dei racconti, frutto dell'editing Einaudi; si passa dal primo testo che narra l'esperienza di un uomo detenuto al secondo dove troviamo un ragazzo delle scuole superiori, fino ad arrivare al terzo, in cui il protagonista ha cinque anni.

    Quando il piano originario dell'autore era improntato a una semplice evoluzione in tre tappe di un'esistenza umana, seguendo un registro anagrafico-interiore progressivo, che mostrava dapprima i segni sui polsi di bambino per andarli poi a decifrare di nuovo nell'età adulta, quando certi giochi sono già stati, una volta per sempre, giocati.

    Mi auguro una riedizione futura delle tre storie nel giusto ordine. Probabilmente accadrà, perché di questo autore sentiremo parlare ancora. Si tratta di un libro necessario, un romanzo formato da tre corpi distinti, un testo allegorico; rimanda in continuazione, ostinatamente ad altro. Una Psychomachia di questi giorni. Filosofia narrante, antropologia; il perturbante; a tratti, scrittura surreale alla Lewis-Carroll.

    alice e la medicina

    Tre racconti, tre stati della materia: una sostanza che è purezza, inconsapevolezza e innocenza, uno stato intermedio, e la fase finale in cui la materia è stata percossa, ferita, e niente potrà essere più come prima.

    Reiterate sono le rappresentazioni di luoghi dove l'idea perduta o irraggiungibile di purezza si concentra; la matrice di questi territori è 'il piccolo deserto' del racconto Il giorno in cui mio padre mi ha insegnato, un luogo intriso di un'evidenza così immediata e forte da rapirci; un posto che non si mostrava dalla strada sterrata ma, se sapevi dov'era, nemmeno si nascondeva. Intanto stava lì, come una crepa nel presente (. . .) E quel posto era una buca, una buca che il tempo si era dimenticato di riempire.

    Il 'piccolo deserto', nella rievocazione del protagonista, è un posto prodigioso, desiderabile,ma attraversato da lampi di presagi di sconfitta e di delusione, non solo perché i compagni di giochi vanno a goderselo escludendolo, ma perché evoca il timore che la sua essenza sia continuamente a rischio di estinzione:

    Di sicuro era il vento a cambiarlo. Il vento che veniva dal mare. Perché è solo il vento a cambiare le cose, sennò queste, da sole, non cambiano mai.

    La purezza ne Il giardino delle arance amare è un borgo intravisto dall'auto che porta il protagonista al carcere; un altrove impossibile da raggiungere, persino se ci si dirigesse là per un improponibile cambio di direzione di marcia.

    Guardavo fuori dal finestrino, ma non si vedeva niente; solo delle minuscole luci molto distanti. Forse un piccolo borgo di campagna lontano, di quelli fatti di quattro case, la chiesuola, il fienile e la stalla, tutto raccolto intorno a un fontanile. Dopo un po' già non lo vedevo più. Magari non c'era nemmeno prima.

    Luca Valotta

    Ne Il mio compagno di banco lo spazio dell'autenticità è il banco condiviso con l'adorato compagno, territorio prezioso e neutro, scampato all'atmosfera repressiva della scuola, destinato inesorabilmente alla distruzione:

    Un giorno non lo trovammo più. Non era da nessuna parte. Dovevano averlo portato via. Anzi deportato
    .

    Una volta superata la soglia di alcune esperienze, l'idea di purezza se ne va per sempre, scompare il ventaglio delle possibilità. Si riceve un marchio definitivo, indelebile. Infatti un detenuto diventa la sua colpa, diventa della stessa sostanza del suo reato:

    Forse questo accade per via del fatto che in carcere si parla solo con avvocati, magistrati e guardie penitenziarie, cioè solo con gente che parla della tua colpa. Così lei diventa più importante di te. Ti sovrasta. Ti domina. Attira consenso e favore, o disprezzo, o viceversa rispetto. E alla fine tu non conti più niente, conta solo lei.
    Oppure:
    Ma i carceri sono luoghi separati davvero, da cui questa gente uscirà solo per tornare dentro.

    Molti avvenimenti nel libro hanno la consistenza di cose sognate. La biblioteca del carcere è una specie di miraggio, il protagonista vi entra per una casualità, durante l'ora d'aria.

    Una sorta di definizione di concetto universale di biblioteca per antitesi; in questa sono assenti tutti gli elementi che sarebbero necessari a rappresentarla. Qui non c'è catalogazione di libri; i libri non vengono restituiti; né donati né comprati; non esistono orari prestabiliti di apertura; soprattutto questa non-biblioteca possiede un solo libro, a cui è stato strappato l'incipit.

    Questo vale anche per la sala giochi del carcere in cui è presente un unico gioco.
    Dell'unico libro presente in biblioteca, il Don Chisciotte, l'autore conosce l'incipit a memoria; evidentemente con quelle parole ha tenuto lunga consuetudine; e la pallina del biliardino, il gioco del tempo dell'adolescenza- in cui ancora si poteva essere felici- è stata sottratta da qualcuno; il suono della pallina che scorre sulla materia ruvida ora riecheggia nella greve notte del carcere.

    Labirinti

    Biblioteca e sala giochi sono pretesto non superficiale per rievocare cristallizzazioni importanti nella memoria del protagonista.
    Inoltre si pensa che in una società prodiga di eccessi di consumo, questo mondo scarno, spoglio, pieno di cattivi odori sia anche idoneo ad evocare la sobrietà.
    Come se fossimo costretti a comprendere l'importanza delle cose.

  • Lavorare l'argilla con i bambini delle tendopoli. Virginia, io, Save the children

    Benvenuti

    Domenica 27 luglio 2012.
    Una delle tendopoli di Finale Emilia.
    A., di circa 8 anni, regala a me e a Virginia due piccoli cuori d'argilla fatti da lui, dipinti di rosa. Appoggio sul bordo di un biliardino il cuore destinato a me; ma chissà per quale motivo, cade e si rompe.

    A. se ne accorge e me lo porta, posato con delicatezza sul palmo della sua mano; mi spiega che l'ha aggiustato con il vinavil.

    Adoro questo piccolo cuore rotto e riparato con amore.
    Mi fa pensare che i bambini hanno familiarità con le crepe.
    Che non buttano via qualcosa di rotto, ma ci riprovano e incollano i brani delle loro esistenze fatte a pezzi, limitate, martoriate, negate.

    Mi fa pensare a certe ricuciture irriducibili del mio stesso cuore.
    E' un segreto, lo so: i bambini sanno tutto e non riescono quasi mai a insegnarlo ai grandi.
    Il loro muscolo cardiaco non scende a compromessi, batte senza mezzi termini.

    amore

    Finale Emilia, San Possidonio, Concordia, Novi, e poi di nuovo Finale Emilia, per chiudere una spirale di emozioni con questi angeli scoperti per caso da me e da Virginia (vedi Nunù) i ragazzi di Save the Children.

    Ci sembra impossibile che tutti questi ragazzi siano amorevoli e competenti allo stesso modo, in tutti i campi conosciuti.

    O sono tutti così splendidi per una casualita' impossibile oppure deduciamo, Virginia ed io, che Save the Children sia un'ottima organizzazione, che la formazione dei loro operatori è rigorosa e la selezione delle persone funziona fino in fondo.

    angels

    Per alcuni ragazzini delle tendopoli questo terremoto ha offerto in cambio dell'orrore, almeno un grosso regalo: la presenza dei ragazzi di Save the children mattina e sera, ogni giorno della settimana, per mesi (che continua e continuerà), che non svolgono il puro livello 'animazione', 'intrattenimento' ma lavorano come educatori con continuità anche sul profondo, sul trauma provocato dal terremoto, dallo sradicamento, dalla perdita di coordinate di questi piccoli.

    Uno dei lavori simbolo dei Save the children nelle tendopoli consiste nell' incoraggiare i bambini a (ri)costruire la loro casa o la loro stanza in miniatura (la città persino) con diversi materiali; un modo efficace per permettere loro di fronteggiare e gestire il dramma vissuto.

    angels

    Ringraziamo particolarmente Lorenzo (campo di Finale Emilia) che viene da Roma, che non si è mosso dalla tendopoli dove opera praticamente dalla prima scossa, il primo Save che ho conosciuto.

    E Luisa che ha comprato chili e chili di argilla per i nostri laboratori; e ci ha inviato in campi diversi, facendoci fare esperienza.

    Il bambino (un campo di Concordia) che ha martellato l'argilla con energia smisurata con i pugni delle sue piccole mani; e che poi si è alzato in piedi, ha sistemato il blocco grigio sotto il fondo della cassetta della frutta che serviva da base per modellarlo e l'ha calpestato con tutta la sua forza: come se schiacciasse uva per farne un mosto.

    il rito

    La bambina (campo di Finale Emilia) che ha onorato la memoria del suo cagnolino morto, modellando l'iniziale del suo nome con la creta, che appenderà la lettera ad un albero, affidandola al vento e alla pioggia in suo ricordo
    (ma poi si rovinerà? Poi si romperà?)

    Virginia che invita i bambini a toccare l'argilla con le punte delle dita; a schiacciarla ai bordi; a creare buchi con i polpastrelli; a pizzicarla per percepire la creta in molti modi.

    La bambina di Novi il cui nome tradotto in italiano significa 'angelo', che riflette, assorta, con il blocco di materiale fra le dita, incapace di iniziare, ma che dopo un piccolo aiuto modella una farfalla che ride, dalle enormi ali e dalle antenne che sembrano vive.

    Un'elegante signora indiana con il vestito tradizionale che crea con perizia un vaso perfetto, anche se è la prima volta che maneggia l'argilla.

    R. che per dipingere la creta mischia i colori con molta attenzione e crea un bellissimo turchese.

    A. che crea un azzurro profondo come l'oceano.

    L'elefante espressionista della bambina di Finale.

    La chiesa devastata e il campanile diroccato della piazzetta di San Possidonio incontrati all'improvviso mentre cercavamo un caffè in ghiaccio, per spezzare per un attimo l'afa che non dà tregua, mai.

    Finale Emilia

    Il fiume di Finale Emilia, un serpente sinuoso con gibbosità verdi e dorate, sotto il ponte, alle porte della città.

    I campi della bassa e le luci che cambiano alle diverse ore del giorno, il mistero delle stoppie bruciate, dei prati verdi, la bellezza silenziosa- e ora spesso tragica- dei casali.

    (le immagini sono di Virginia Farina)

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